dicembre 13, 2008

Twilight

Riassunto di un tipico vecchio romanzetto sentimentale: lui desidera ardentemente lei ma non può possederla perché il sesso prima del matrimonio è peccato e/o perché sono di classi sociali diverse. Dopo varie peripezie la sposa. Ritroviamo i protagonisti più vecchi di cinque anni e con la casa piena di bambini, il che significa che la femmina è stata infine trapanata in abbondanza.

La femmina di un tempo, terminata la lettura, ebbra d'ormoni, guardava fuori dalla finestra e sospirava come un mantice. Quello che le piaceva era l'attesa, il desiderio irrealizzabile. Oggi si direbbe “la tensione erotica”. Poi le donne si sono stancate di aspettare e oggi, nei romanzi, perlopiù, si chiava.

Ma ecco che un giorno una casalinga mormone si sveglia tutta bagnata. Scrive il sogno appena fatto, che diventa il capitolo 17 di Twilight. Aggiune un prima, un dopo, il libro ha successo ed eccoci tutti di nuovo nel 1860, quando non si poteva consumare prima del matrimonio. Ora: come ha fatto ad avere successo, un libro così? Al giorno d'oggi nessuno è disposto a sospendere la propria incredulità davanti a un protagonista maschile con scrupoli religiosi. Perché si crei una tensione erotica credibile, l'atto del chiavare non può più essere impedito da Dio.

Ci vuole un bel non morto.

Trama: Isabella si trasferisce a Fork. Si fa due coglioni così, è triste, nonostante tutti la vogliano trombare. Un giorno a mensa vede Edward, che è bellissimo, è altissimo, muscolossisimo, parla sette o otto lingue, è ricco, ha una macchina enorme e lucidissima, legge nel pensiero, corre veloce come il vento, ha una forza sovrumana e, mi pare di capire, s'intuisce, si legge tra le righe, una minchia come l'Intercity Firenze-Viareggio. Edward s'innamora di lei, ed è la prima volta in cento anni. S'innamora di lei perché... uhm... non c'interessa il perché, il punto è che i due vorrebbero chiavare ma non possono perché Edward, con la sua forza, cito, potrebbe sfondarle il cranio con una carezza. Cranio, carezza... chiaro, no? Le potrebbe sfondare il cranio con una carezza. Poi succedono altre cose, c'è un cattivo, ma nemmeno questo c'interessa.

Quel che è importante è che Edward è bellissimo. Ha i capelli color del bronzo, gli occhi dorati, i denti bianchi e perfetti, tutte lo vogliono ma lui ama soltanto Isabella: è più che fedele, è devoto.

Lo... uhm... stile... di Stephanie Meyer si basa sul... uhm... descrivere... quello che... uhm... succede. Nessuna figura retorica o parola difficile tipo, che so, “dunque”. Egli andò a scuola, lei fece una smorfia, lui disse ciao. Per far si che il lettore veda l'eleganza di Edward, Stephanie scrive: “I suoi vestiti sembravano disegnati da un qualche stilista.” Per farci capire quanto Edward sia bello scrive molte volte “era bello”. All'apice del lirismo: “Sembrava un fotomodello.” Intorno a pagina 100 affianca all'aggettivo “bello”, probabilmente dietro suggerimento dell'editore, l'aggettivo “perfetto”. Più avanti, eccitatissima, integra il parco aggettivi con “sodo” e “muscoloso”.

“Gli avambracci di Edward erano sodi e muscolosi.”

“I pettorali di Edward erano sodi e muscolosi.”

“Lo sfintere glottale di Edward era sodo e muscoloso.”

E via così.

Edward non è solo bello: incarna tutto quello che una donna desidera. Non è stato con nessun'altra dal 1910. Le altre gli fanno schifo: le ignora, anzi, le disprezza. Non potendo chiavare Isabella passa tutta la notte a guardarla dormire. Dico non potendola, ma chiaramente se potesse, la disarticolerebbe. La prende in braccio di continuo. La difende dai nemici. Caccia gli orsi a mani nude. Tiene lontane le tigri dai denti a sciabola. Torna sempre alla grotta con del fresco mammuth. E l'apoteosi: probabilmente ricorrendo ai suoi poteri sovrannaturali, ascolta le chiacchiere più insignificanti di Bella per due giorni interi. Il colore preferito. La canzone del cuore. I sogni dell'infanzia. Per quarantotto ore. Volontariamente.

Non per altro è un romanzo fantasy.

Bene! Dunque dicci, Pao, dicci, quanto ti ha fatto cacare questo libro? Eh? Ti ha disgustato? L'hai bruciato? Eh? Eh?

No.

Prego?

No. Mi è piaciuto.

Sedetevi un attimo.

Devo parlarvi dell'Effetto Fabiana.

L'Effetto Fabiana è il fenomeno che si verifica quando nel corpo di Fabiana Spinelli avvengono reazioni chimiche di una certa intensità, siano esse dovute a noia, furore, eccitazione o quant'altro. Tali reazioni vengono trasmesse agli organismi circostanti, che iniziano a loro volta a provare noia, furore, eccitazione. Il fenomeno ha un raggio variabile, direttamente proporzionale alla potenza del sentimento provato dalla sarda.

E stavola la sarda si è arrapata a bestia.

Mai visto niente del genere.

Da quando ha letto Twilight, se qualcuno parla di vampiri in sua presenza, nella stanza si diffonde una nebbia densa, dolciastra: ormoni. Le femmine cominciano irrefrenabilmente a squittire, gridano: “Edward! Edward!”, pur senza aver letto il libro. Il giorno dopo corrono in libreria e, ancora pregne di ormoni sardi come api cariche di polline, fecondano altre femmine, le quali ne fecondano altre ancora, e così via. Il tutto si traduce in un aumento vertiginoso delle vendite di Twilight.

La mia teoria è che in larga parte il successo della serie sia da attribuirsi alla sarda.

Anch'io devo essere stato contagiato.

Il libro è scritto in modo tanto semplice, poco pretenzioso, direi perfino umile, che non lo si può odiare. E' un libro per ragazzi, non pretende di essere preso sul serio. Se non appassiona, di sicuro fa sorridere. Si legge in un pomeriggio. E Stephanie Meyer assomiglia a Cristina D'Avena: chi non vuole bene a Cristina D'Avena?

E detto questo vado a farmi esorcizzare.

Scusatemi.

agosto 17, 2008

Destra e sinistra

Domanda. Che differenza c'è tra destra e sinistra?
All'inizio del secolo scorso era facile: a sinistra volevano il comunismo, a destra la democrazia rappresentativa. Negli anni venti e trenta era facile: a destra Mussolini, a sinistra il confino ("Il Confino" era un campo estivo. Lo dice il Presidente, sarà vero). E dopo la guerra? Confusione. Il comunismo non c'è stato, ha vinto la democrazia, quindi siamo tutti di destra? Boh.
Parecchi anni fa per fare chiarezza lessi "Destra e sinistra", di Norberto Bobbio. Un libro illuminante, che mi ha fatto capire due cose. La prima è che la differenza sta nel concetto di uguaglianza e libertà. La seconda e più importante è che al giorno d'oggi, per capire la differenza tra destra e sinistra, ci vuole un saggio filosofico di cento pagine.
Ma concentriamoci sull'uguaglianza e la libertà: pare che per la sinistra siamo tutti uguali, per la destra non necessariamente. Per la sinistra dovremmo tutti essere liberi, per la destra non necessariamente. In effetti è questo che ho votato in tutti questi anni: un ideale vago di uguaglianza e libertà, perché a me piace oziare, se mi va. Più che un partito, ho votato il divano.
Però, se ci penso bene, se smetto per un attimo di concentrarmi sul divano...
Io non credo affatto che siamo tutti uguali.
Siamo equivalenti, non uguali. Gli uomini non sono uguali alle donne, i neri non sono uguali ai bianchi, i vecchi non sono uguali ai giovani, gli omosessuali non sono uguali agli eterosessuali. E' colpa della parola "uguaglianza" se le donne vogliono pisciare in piedi e gli uomini vogliono rimanere in cinta. E' il delirio.
E poi c'è la libertà.
Non voglio citare un’altra volta Platone, però occhio con la libertà. I miei genitori mi hanno sempre lasciato libero di fare quello che volevo; per pigrizia, temo, più che per intento pedagogico. A volte, oggi, dopo aver vagato per anni da un’università all’altra, da un lavoro all’altro, ed essere stato troppo volte vittima di tutta questa libertà di non fare un cazzo, oggi a volte mi scopro a rimpiangere di non essere stato forzato in una certa direzione. 
Non sono molte le persone in grado di essere libere. La maggior parte delle persone, se lasciate a sé stesse e alla loro completa libertà, vagano spaesate senza fare nulla, con nessun altro scopo se non quello di trovare qualcuno che gli dica cosa fare.
E allora, sono sempre di sinistra? 
Ma soprattutto: ha davvero importanza? 
Davvero la sinistra governa ancora all'insegna della libertà e dell'uguaglianza? O si limita a sfruttare questi ideali ricevuti in eredità da Gramsci e Giolitti in campagna elettorale? E non siamo liberi e uguali anche secondo la destra? Nessun politico di destra negherebbe mai l'uguaglianza e la libertà degli italiani.
In realtà, io credo che la vera differenza tra destra e sinistra stia nelle piccole misure. Per la destra bisognerebbe drogarsi pochissimo, per la sinistra un pochettino. Per la sinistra bisognerebbe dare dei buffettini sulle guace degli zingari, per la destra dei buffettini un po' più forti. Per la sinistra bisognerebbe andare in ferie cinque giorni l'anno, per la destra tre.
Questo significa che, di misura, sono ancora di sinistra. Sono di sinistra per pochissimo.
Mi chiedo quanto possa durare.

agosto 10, 2008

La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano

Mattia è un genio della matematica che non chiava mai. Da bambino ha abbandonato la sorella ritardata in un parco e il senso di colpa l'ha reso disturbato e autolesionista. Nel film che di certo verrà tratto dal romanzo verrà interpretato da Riccardo Scamarcio.
Alice è divenuta zoppa a causa di un incidente sulla neve. La zoppìa l’ha inspiegabilmente fatta diventare anoressica ma pur essendo secca e zoppa piace a un po' tutti. Così ha deciso l’autore. Verrà interpretata da Violante Placido. 
Sui giornali scriveranno che per interpretare il ruolo Violante ha dovuto fare la dieta. E che, dovendo calarsi nei panni di un matematico, Scamarcio ha dovuto imparare a contare fino a dieci.
La trama: Alice ama Mattia, ma finisce per sposarsi con Fabio, visto che Mattia non chiava mai. Fine.
L'episodio più pregnante dell'opera: Fabio, dopo anni di matrimonio, si rende conto che la zoppa anoressica, che non ha il ciclo dal 1983, non è in grado di dargli un figlio. Si stupisce e si arrabbia. Stupefacente, considerato che Fabio è un medico. 
"Cioè, mi vorresti dire che lo squilibrio ormonale... Troppo assurdo. Il tutor del Cepu non me l'aveva mica mai detta questa cosa qui."
Il libro all’inizio non è male, poi diventa un po’ noioso, poi ti viene voglia di vestirti da nazista e bruciarne tutte le copie in un rogo davanti a casa dell’autore intonando Wir sind die braunen Soldaten. Non c'è ombra di senso dell’umorismo. Non una battutina, una barzellettina, una pernacchietta, nulla. I personaggi sono sempre mortalmente seri perché l’autore aveva paura di non essere preso sul serio.
E' scritto nello stile insopportabile che va di moda oggi: le virgole e gli altri segni di interpunzione sono una minoranza discriminata dai punti fermi, signori e padroni del regno. Frasi brevi. Senza punteggiatura. Pesanti. Pretenziose. Come se ognuna racchiudesse un significato profondo. Che invece non racchiude.
I personaggi non fanno la pipì, né la pupù, ne le puzzette: sono sempre mortalmente drammatici. Sempre. Mortalmente. Drammatici. Tutte le volte che s'incontrano, a distanza di due giorni come di vent’anni rimangono senza fiato. Mattia vede Alice. Rimane senza fiato. Alice vede Fabio. Rimane senza fiato. La fichetta stronza che trattava male Alice alle superiori perché era zoppa e secca e a cui di Alice non è mai fregato un cazzo la rivede dopo qundici anni. Non solo la riconosce: rimane senza fiato.
Le similitudini di Paolo Giordano lasciano perplessi. Ad esempio: “Alice si accasciò come un ramo spezzato.” Da quando in qua i rami spezzati si accasciano? Mah. Forse in autunno, quando sono depressi.
Ma il picco massimo di splendore lo si tocca quando Alice descrive lo sperma del marito, il dottore del Cepu, Fabio. Com'è lo sperma di Fabio? Com'è? Lo sperma di Fabio è:
"Colloso e pieno di promesse."
Bambini, la parola di oggi è colloso. Inseriamola in una frase.
"Lo sperma di Fabio è colloso."
Cosa cazzo sborra, questo, Vinavil?
No. Sborra Vinavil ripieno di promesse.
"Lo sguardo della minorenne era pieno di promesse."
Bravi bambini.
"Lo sperma di Fabio era pieno di promesse."
No, bambini. Cazzo.
Bene. Questo è “La solitudine dei numeri primi”.
E cosa si fa con un libro così, cosa si fa?
Ma è ovvio: lo si premia.
Viva l’Italia.

agosto 03, 2008

La banalità del bene

Come sapete io ho letto solo due libri di filosofia, uno di Schopenhauer, l'altro di Hannah Arendt, e li cito in continuazione, e spacco la minchia come se a letto con Heidegger ci fossi andato io. E badate bene: dico Heidegger come se davvero sapessi chi è. Ciò premesso, ho ritrovato questo post che scrissi, boh?, a febbraio o giù di lì e rileggendolo ho pensato: primo, che palle con questa banalità del male, secondo: Pao, quanto sei snob. Quindi lo pubblico. Dalla prossima settimana solo post divertenti, prometto. (Non è mica vero, ne ho pronto uno sulla politica veramente insopportabile.)

Il nazista Adolf Eichmann non era il diavolo, difficilmente lo si sarebbe potuto definire anche solo “cattivo”; Adolf Eichmann era un funzionario. Rimpieva moduli, chiedeva permessi, svolgeva compiti burocratici. Metteva una firma e ottocento persone partivano per un campo di sterminio. 
Questa è la banalità del male secondo Hannah Arendt. Eichmann si è reso colpevole di un tipo di reato tutto nuovo, non previsto dal codice. Come chiamarlo, reato di efficienza? Eseguiva solo degli ordini. Reato di ottusità? Di stupidità? Non era una persona intelligente, Adolf Eichmann, voleva solo fare carriera. Faceva finta di non sapere. Era il classico lavoratore instancabile che non pensa mai.
In altre parole Adolf Eichmann era Sergio, il mio vecchio principale.
Ora: immaginiamo una coppia di bravi cattolici, lei professoressa di religione, lui diacono. Fanno un figlio, lo educano a fare il bene: gli insegnano ad andare a messa tutte le domeniche, a fare l’elemosina, a non abortire, a dare buffetti sulle guance agli omosessuali (“Sodomita bricconcello!”). Quel figlio cresce e diventa un uomo buono. Perché? Perché glielo hanno insegnato. Perché se non obbedisce a quegli insegnamenti Dio lo punirà e i suoi genitori moriranno di dolore. 
La sua bontà verrà dunque dal cuore o sarà, diciamo così, bontà istituzionale, da funzionario dell'amore che "esegue soltanto degli ordini"?
Potremmo dire che Adolf Eichmann stava ad Hitler come questo nostro cittadino irreprensibile sta, che ne so, a Madre Teresa di Calcutta, o a Dio?

luglio 12, 2008

Amore e Vodka, Capitolo XI ed Epilogo

Per decenni gli storici si sono chiesti come mai, in seguito all’occupazione di Mosca, dopo essersi spinto con tanto vigore nel cuore della Russia, quasi imbattuto, l’esercito francese, d'improvviso, si sia così precipitosamente ritirato. Si è attribuito il fenomeno al logoramento delle truppe, sfinite dai lunghi mesi di campagna, al clima, alla guerriglia dei contadini e all’incapacità di Napoleone di imporre la disciplina ai soldati occupanti. Altri imputano la disfatta alla mancanza d'iniziativa dell’imperatore francese, che rimandò troppo a lungo l’attacco finale all’esercito russo, accampato fuori dalla città. Altri ancora sostengono invece che fu non tanto a Mosca, quanto durante la battaglia di Borodino che l’esercito francese subì il colpo fatale, da cui più non si riprese.
Tutte queste teorie sono sbagliate...
Ce l'abbiam fatta. Ultimo capitolo ed epilogo:

giugno 30, 2008

Amore e Vodka, Capitolo X

I domestici impiegarono un po’ di tempo per riconoscere il principe Alessandro Adolfovic. Era sporco, magro e malato. Ma soprattutto lucido: durante il viaggio di ritorno non aveva potuto permettersi nemmeno un goccio di vodka...
Il decimo capitolo di:


Domenica (o forse prima, o forse dopo) l'ultimo episodio e l'epilogo.

giugno 22, 2008

Amore e Vodka, Capitolo IX

“Forza”, disse il generale Frankovic al principe Alessandro, che guardava giù dal terrazzo. La folla, dieci metri più sotto, teneva il fiato sospeso. “Buttatevi giù. Ammazzatevi adesso, perché se sopravvivete vi ammazzerò io, e non sarà altrettanto veloce.”
Un cerchio compatto di guardie, baionette puntate, si stringeva intorno agli Sbraaauaaar...
Suspance a carrettate nel nono capitolo di:


Il prossimo episodio forse stasera, forse mercoledì, forse chissà.